L’impresa del Vate

fiumeOmaggio al 150° Anniversario di Gabriele D’Annunzio.

L’impresa di Fiume rappresenta uno dei momenti più avvincenti e allo stesso tempo più profondamente romantici e idealisti della storia d’Italia. Ed è purtroppo un vero peccato constatare che a tale impresa i libri di storia, che i nostri studenti utilizzano nelle scuole, dedichino forse un misero paragrafo meramente illustrativo.

L’impresa di Fiume fu l’evento in cui Gabriele D’Annunzio, accompagnato da un manipolo di circa 3.000 militari ribelli del Regio Esercito uniti a intellettuali e interventisti di varia estrazione politico-culturale, fece rotta verso la città di Fiume (contesa allora tra l’Italia e il Regno di Iugoslavia) dichiarandola annessa al Regno d’Italia il 12 settembre 1919.

La bravura del Vate fu soprattutto nella preparazione della conquista: in seguito alla fine della prima guerra mondiale si era andato via via sviluppando tra gli italiani il sentimento della cosiddetta “vittoria mutilata”. D’Annunzio giocò molto su questo fattore e fu così che accorsero in numerosi ai suoi incendiari comizi inneggianti alla riconquista del territorio sottratto. Moltissimi giovani, militari, intellettuali, artisti si unirono a questa spedizione che prese il nome di “marcia di Ronchi” e moltissimi altri volontari si aggregarono al plotone che si stava dirigendo alla volta di Fiume. L’impresa volontaria di D’Annunzio non piacque al governo italiano, che mandò anche dei reparti regolari dell’esercito per tentare invano di bloccare l’avanzata del plotone guidato dal poeta-guerriero.

L’ingresso nella città fu semplice, l’esercito degli arditi del Vate fu accolto dalla popolazione con un impeto di gioia e nel pomeriggio Vienna-Dannunziodello stesso giorno D’Annunzio proclamò l’annessione all’Italia di Fiume. Il governo italiano presieduto da Francesco Saverio Nitti disconobbe tale impresa, intenzionato a ottenere la resa e l’abbandono della città da parte dei legionari, nominò Commissario straordinario per la Venezia-Giulia Pietro Badoglio, con il compito di risolvere la situazione. Il nuovo commissario come primo atto fece gettare dei volantini su Fiume in cui si minacciavano i legionari di essere considerati disertori e quindi di poter essere puniti dai Tribunali militari.

Tuttavia D’Annunzio era profondamente convinto di essere nel giusto e non abbandonò la città: nominò Alceste De Ambris, esponente del sindacalismo rivoluzionario italiano, nuovo capo di gabinetto di Fiume e si procedette con l’elaborazione della cosiddetta Carta del Carnaro, costituzione della cosiddetta “reggenza italiana del Carnaro” promulgata l’8 settembre 1920 a Fiume durante gli ultimi mesi dell’impresa del Vate. da molti criticato come eccessivamente libertario risulta comunque interessante. Riproponiamo di seguito due articoli significativi:

Art. 2 – «La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali. Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l’armonica convivenza degli elementi che la compongono.»

Art. 5 – «La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere»

il 12 novembre 1920 sia l’Italia sia la Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo, in cui si impegnarono a garantire l’indipendenza dello Stato libero di Fiume. D’Annunzio pochi giorni dopo decise di rifiutare il trattato. Quando il Trattato fu a tutti gli effetti approvato dal Regno d’Italia, il generale Caviglia si risolse a intimare l’ultimatum a D’Annunzio. Al rifiuto del Vate Fiume fu completamente circondata e, dopo 48 ore di tempo concesse per far evacuare i cittadini stranieri, il mattino della vigilia di Natale fu sferrato l’attacco. Il 31 dicembre 1920, dopo una serie di scontri, vista la sconfitta, D’Annunzio firmò la resa e da quel momento ebbe vita lo Stato libero di Fiume e, di conseguenza, cessò l’esperienza legionaria.

Fiume rappresenta senza dubbio un esperimento unico: una terra riconquistata in cui per un breve periodo di tempo andò sviluppandosi un fortissimo fermento sotto tutto i punti di vista, da quello politico a quello culturale. Nella città vissero poeti, intellettuali dissidenti e militari che si riconoscevano nei valori dell’eroismo e dell’Europa dei Popoli e che si riconoscevano nel carisma e nell’idealismo di Gabriele D’Annunzio.

«Me ne frego è scritto nel centro del gagliardetto azzurro che l’altra notte

consegnai ai serventi delle mie mitragliatrici blindate, tra i pinastri

selvaggi della collina, al lume delle torce e delle stelle, mentre la

piccola schiera dei volontari dalmati cantava il vecchio canto del

Quarantotto, grande come il tuono dell’organo nella navate di Sebenico o di

Spalato. Il motto è crudo. Ma a Fiume la mia gente non ha paura di nulla,

neppure delle parole»”

Gabriele d’Annunzio , Il Sacco di Fiume , 11 gennaio 1920

Nicola Pelizzari

Un pensiero su “L’impresa del Vate”

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...