La Grecia, tra dracma e euro

ImmagineNon solo il Mar Ionio potrebbe dividere la Grecia dall’Italia, nei prossimi mesi anche l’euro potrebbe essere un nuovo elemento di differenziazione tra questi due paesi dal glorioso passato.

La crisi economica sembra non dare tregua ai già provati cittadini greci, infatti, dall’ultimo rapporto elaborato dall’OCSE emerge  un quadro drammatico del mercato del lavoro greco, e in particolare la fascia di giovani di età inferiore ai 24anni, la quale presenta una percentuale di disoccupazione superiore al 50%, detta in parole povere equivale a dire che un giovane greco su due è attualmente senza lavoro.

Le tensioni politiche gettano forti incertezze circa la permanenza dello stato ellenico nell’unione monetaria europea e il connesso utilizzo della moneta unica, con conseguente ritorno all’uso della dracma, moneta tanto cara ai Greci. Dopo che il presidente Karolos Papoulias ha inutilmente provato a trovare un accordo politico tramite consultazioni con i capi dei partiti greci, si prospetta l’ipotesi di un governo ad interim di tecnici, come precedentemente accaduto con il governo guidato dall’economista Lucas Papademos, per poi tornare alle urne in estate.

Le casse greche tuttavia potrebbero non bastare per sostenere le prossime campagne elettorali, la Grecia, infatti, dovrà tagliare ulteriori spese per un totale di oltre 11 miliardi di euro nei prossimi mesi.

Un ulteriore dato allarmante riguarda il sistema paese da un punto di vista più ampio, infatti,  secondo recenti dati forniti dalla Banca Centrale Europea, il primo trimestre del 2012 ha registrato un decremento del PIL del 6,2%, dato che non lascia dubbi circa l’intensa e duratura recessione economica in Grecia.

Non appare remota dunque l’ipotesi di un’uscita da parte della Grecia, auspicata e ormai accettata da alcuni, come il ministro delle finanze tedesco Schäuble e il presidente della Commissione Europea Barroso i quali nei giorni scorsi hanno posto l’accento sul fatto che sebbene la permanenza greca sia la soluzione preferibile, non è concepibile che un paese  dell’eurozona non rispetti la parola data e gli impegni assunti nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e quelli vincoli previsti del Trattato di Maastricht.

Tale ipotesi tuttavia è temuta e non desiderata dai più, come il ministro delle finanze francese Baroin e il presidente dell’Eurogruppo Junker che senza giri di parole vedono un grosso pericolo in tale soluzione, la quale potrebbe causare un contagio finanziario senza precedenti nella storia dell’Europa e inasprire ulteriormente la situazione economica dei paesi dell’euro

L’ipotesi di un’uscita della Grecia dall’unione monetaria non presenta particolari criticità per quanto concerne l’iter che porta un paese ad uscire dall’Unione Europea, infatti l’articolo 50 Trattato dell’Unione Europea prevede espressamente la possibilità di uscita anche senza fornire una motivazione a tale decisione.

Un evento di tale portata certamente non potrà non provocare conseguenze politiche e soprattutto economico-finanziarie a livello nazionale e internazionale, un’uscita della Grecia avrebbe forti ripercussioni su tutti i paesi dell’euro, infatti, in un sistema economico globalizzato i cui mercati sono connessi e interdipendenti, l’abbandono dello stato greco potrebbe avere conseguenze su molti paesi, in primis Italia e Spagna che verrebbero “aggredite” da speculatori sull’onda del rialzo dello spread.

Passando ai fatti e ai numeri, secondo i maggiori economisti, un ritorno alla dracma comporterebbe una fortissima svalutazione della nuova moneta, come avvenuto in Argentina, dove i cittadini hanno visto svalutare la propria moneta di oltre il 60% con conseguente perdita del potere d’acquisto e salari più che dimezzati. Facendo un salto nel passato e guardando in casa nostra, è facile tornare indietro con la memoria al 1992, quando l’abbandono del Sistema Monetario Europeo provocò alla lira una fortissima svalutazione in pochissimi mesi, causando un’impennata del tasso d’inflazione e un aumento del tasso applicato ai titoli di stato.

Nel caso specifico greco, è ipotizzabile una immediata svalutazione compresa tra il 40% e il 70%, la quale comporterebbe enormi svantaggi e costi per quanto riguarda le importazioni, in particolar modo di materie prime e combustibili.

Come se ciò non bastasse è lecito ipotizzare un forte aumento generalizzato dei prezzi di qualsiasi categoria di beni, quella che in gergo tecnico è chiamata inflazione galoppante, e un rialzo dei tassi di interessi applicati dalla Banca Centrale Europea ai prestiti concessi ad Atene.

Discorso a parte merita il fattore sociale, in un paese sull’orlo della rivoluzione, un ulteriore aumento dei prezzi, del costo della vita e sugli interessi applicati sui mutui potrebbe causare fortissime tensioni sociali le cui conseguenze sono di difficile stima ma che sicuramente non gioverebbero alla credibilità del nuovo governo e alla reputazione in ambito internazionale.

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